IL 2019 in 10 IMMAGINI - ANALISI ISPI

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IL 2019 IN 10 IMMAGINI

LE ANALISI DELL’ISPI

Partiamo dalla fine. L’immagine che chiude il 2019 è quella che consacra il secessionismo britannico con la vittoria elettorale dei tories. Il divorzio tra Londra e Bruxelles sarà formalizzato nel corso del 2020, un anno che sarà di transizione, sia per il Regno Unito che per l’Unione Europea, che ha una nuova Commissione e nuove priorità. In primis quella del clima, che ha animato tutto l’anno le piazze di mezzo mondo. I movimenti di protesta si sono riscoperti forti e destabilizzanti, soprattutto in contesti geopolitici precari, come quello mediorientale. O quello sudamericano, dove i cambi di regime del 2019 sono stati un revival dei decenni passati, fatti di rivolte popolari e colpi di stato.

Nelle ritrovate instabilità regionali, la costante è quella delle relazioni tese tra Cina e Stati Uniti, ma anche tra Stati Uniti ed alleati europei, che la vecchia Alleanza Atlantica – forse – non riesce più a tenere insieme…

Un 2019 incerto, ma dinamico. Per certi versi drammatico, ma anche proiettato a risolvere le criticità globali. Per ripercorrerlo, ISPI ha scelto 10 immagini tematiche, accompagnate dalle analisi e dalle pubblicazioni dell’Istituto.

 

AND SO, BREXIT

La schiacciante vittoria dei conservatori alle elezioni di dicembre dovrebbe tradursi con la realizzazione dello slogan che ha riconfermato Boris Johnson al numero 10 di Downing street: “Get Brexit Done”. La telenovela europea che va avanti da 3 anni è ormai agli episodi finali. Il prossimo 31 gennaio il divorzio del Regno Unito dall’UE sarà realtà: resteranno comunque buoni amici, cioè verrà scongiurato il No Deal? Lo decideranno i rispettivi parlamenti.

 
 

MANIFESTANTI DI TUTTO IL MONDO UNIT(EV)I


PRIMAVERA ARABA: ATTO SECONDO

 



E di proteste, ben più violente, sono stati teatro anche il Medio Oriente e il Nord Africa, in quella che i media, e non solo, hanno definito Seconda primavera araba. Iniziata in Algeria contro l’ennesima candidatura del presidente Abdelaziz Bouteflika, ha visto il colpo di stato che ha deposto al-Bashir in Sudan, paese che uscì illeso dall’edizione del 2011 delle rivolte.

Il deterioramento delle condizioni economiche, e l’aggiunta di nuove tasse, ha portato a una sollevazione di massa – eterogenea e trasversale – nel multiconfessionale Libano. Ma se nel paese dei cedri le autorità hanno preferito fare un passo indietro, lo stesso non è successo sulle rive del Tigri e dell’Eufrate. La repressione delle proteste in Iraq ha ucciso oltre 300 persone.

 
 

USA: TUTTI GLI SCANDALI DEL PRESIDENTE

Se il 2018 era stato l’anno cruciale delle indagini sul “Russiagate” – ovvero delle presunte ingerenze del Cremlino nelle elezioni USA del 2016 – il 2019 ha visto la pubblicazione del rapporto Mueller, che ha parzialmente chiuso lo scandalo, e l’apertura di un altro affaire, l’”Ucrainagate”, iniziando la procedura di impeachment per Donald Trump. La Camera, a maggioranza democratica, ha votato favorevolmente e il presidente degli Stati Uniti è ufficialmente sotto accusa.

A inizio 2020 la palla passerà al Senato, dove i repubblicani hanno la maggioranza e faranno quadrato attorno al presidente. In attesa del voto di novembre, l’anno che viene potrebbe portare a un trasloco anticipato degli inquilini della Casa Bianca.

 
 

LA CINA È SEMPRE PIÙ VICINA

In linea con la tradizione che vuole una certa rilevanza storica per le annate che finiscono con il 9, il 2019 della Cina è stato problematico sia in politica interna che estera. Nell’anno del centesimo anniversario della nascita del Partito Comunista Cinese, del settantesimo dalla nascita della Repubblica Popolare e del trentennale delle manifestazioni di piazza Tiananmen ha tenuto banco la rivolta di Hong Kong, i cui studenti intimoriscono il regime. In politica estera, invece, preoccupa il dossier Huawei. Il gigante delle telecomunicazioni è stato il bersaglio della diplomazia statunitense attraverso misure sanzionatorie che hanno esacerbato la guerra commerciale in corso tra Cina e Stati Uniti.

Il tutto in un momento in cui la Nuova via della Seta viene spianata, avvicinando ulteriormente il nostro continente alla seconda economia più forte al mondo.

 

 
 

L’AFRICA SECONDO ABIY

Il 2018 aveva visto la firma degli storici accordi di pace tra Etiopia ed Eritrea, dopo vent’anni di conflitto; il 2019 ha salutato la consegna del Nobel alla pace che suggella il principale artefice di quegli accordi: il primo ministro etiope Abiy Ahmed Ali. Il riconoscimento al leader africano infonde speranza e manda un messaggio di incoraggiamento affinché sia da esempio per il resto del Corno d’Africa e per tutto il continente: continuare sulla strada del dialogo, e delle riforme. La parte più difficile, per l’Etiopia di Abiy, viene però adesso: tenere insieme le componenti etnonazionali del paese, trovare equilibrio tra i molteplici interessi, e soprattutto salvaguardare la pace.

 
 

IL PENTOLONE DELL'AMERICA LATINA

L’anno che si chiude è stato caratterizzato da profondi cambiamenti politici e sociali per l’America del Sud. Per tutto il 2019, abbiamo assistito alla coabitazione forzata tra Nicolas Maduro e Juan Guaidò in Venezuela, dove da mesi è in corso una crisi economica, politica ed istituzionale. In autunno, invece, è stato il turno dei cileni – e per un momento anche degli ecuadoregni – scesi in piazza in massa contro un aumento di prezzo dei trasporti, ma più in generale contro il liberismo che ha spaccato in due la società cilena e creato un’economia basata sul debito. E altrettanto spaccata, ma su faglie diverse, è la Bolivia. Il presidente Evo Morales è stato deposto a scrutinio elettorale in corso, denunciando, dall’esilio forzato, il golpe portato avanti dalle forze di destra. Infine l’Argentina, dove l’alternanza di potere è stata radicale ma pacifica. Il voto democratico ha segnato il ritorno dei peronisti, che dovranno ora scongiurare un nuovo default.

 
 
 

RUSSIA E UCRAINA, GUERRA E PACE

Ai confini dell’UE, nel 2019 è ricorso il quinto anniversario dell’inizio della guerra tra Russia e Ucraina, nonché dell’annessione della Crimea da parte di Mosca e delle conseguenti sanzioni. Ma mentre al Cremlino poco è cambiato, e il regime di Vladimir Putin resta saldo al comando – anche se una riforma delle pensioni l’ha fatto vacillare –, i cambiamenti maggiori sono avvenuti a Kiev, dove il nuovo presidente è un comico, Volodymyr Zelensky, che però sembra far sul serio. La pace con Mosca è in cima alla sua agenda. Il primo incontro tra presidenti russo e ucraino dal 2014 ad oggi va in questa direzione.

In ballo non c’è solo la stabilità regionale, ma il riscaldamento di tutta l’Europa, ancora dipendente del gas russo che transita per l’Ucraina: gli accordi di fornitura sono in scadenza a fine anno e urge una nuova intesa.

 
 

NATO DA SETTANT'ANNI

Nata settanta’anni fa con l’intento di unire i sistemi di difesa americano ed europei, la NATO oggi sembra un gigante malato, in stato di “morte cerebrale”, secondo il presidente francese Emmanuel Macron. Privata della sua principale raison d’etre, la Guerra fredda (di cui è ricorso il trentennale), l’Alleanza atlantica attraversa una crisi d’identità sbandierata dal suo patrocinante numero uno: gli Stati Uniti d’America. L’amministrazione Trump lamenta agli alleati europei di non fare (cioè spendere) abbastanza. In generale, l’impressione è che ognuno vada per conto suo e che gli accordi di alleanza siano in realtà saltati, come dimostra il groviglio di alleanze e intese nei vari scacchieri internazionali.

 
 
 

EUROPA: PUNTO E A CAPO?

L’Unione Europea si è finalmente data un governo, in quello che sembra un anno di transizione. Sarà l’ultimo Natale a 28 membri, e chissà quando si allargherà di nuovo la famiglia europea.

Ma è stato anche un anno di svolta: rosa e verde. La nuova Commissione di Ursula von der Leyen ha il più alto numero di commissari donna. Ma soprattutto un’agenda politica che vuole fare dell’UE un pioniere internazionale nella lotta al cambiamento climatico. Eppure, dall’anno prossimo, potrebbero aumentare quelle spinte centrifughe comuni a molti governi membri con il rischio di compromettere ulteriormente la necessaria uniformità politica dell’Unione.

 

A cura di

Giorgio Fruscione, ISPI Research Fellow

ISPI - Istituto per gli Studi di Politica Internazionale

 

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